Probabilmente i popoli che hanno avuto più stimolo dalla cultura zen e che più ne hanno mostrato la creatività sono quello vietnamita e quello giapponese.
In Vietnam “Buddhismo” è sinonimo di “Thien” e vi si contano anche un paio di scuole autoctone: perfino il generale Eisenhawer, il vincitore del terzo Reich, si accorse della calma tutta speciale e della tempra di queste genti, un fattore primario che a suo parere, sommato al terreno accidentato e selvaggio, rendeva sconsigliabile muovere guerra al Vietnam.
Il Presidente Eisenhawer osservò che nella giungla i vietcong possono restare perfettamente immobili per giorni: ogni dieci minuti un soldato americano deve, almeno, grattarsi se non accendersi una sigaretta.
La personalità che fondò una delle principali scuole di Thien vietnamita fu un allievo indiano del terzo Patriarca cinese Sengtsan, Vinitaruci (Ty-Ni-Da-Luu-Chi); i sistemi di insegnamento più in uso in Corea furono quelli tipici della scuola Linji / Linchi / Rinzai incentrati sul “gongan”.
Come nel caso della scuola fondata dal Maestro di Rinzai, Huang Po / Obaku, che accomunò la pratica della Pura Terra a quella zen, così con la stessa commistione si presentò in Vietnam la scuola di Yunmen / Ummon.
Al Thien aderirono Imperatori e dignitari vietnamiti di ogni secolo e vi furono approntati sistemi di koan autoctoni: l’adesione di alcuni Imperatori fu così convinta da portarli ad abdicare per praticare in santa pace, questo fu il caso di due re asceti che portarono lo stesso nome, Truc Lam.
Uno di questi vinse i mongoli invasori, inventò la scrittura vietnamita, creò un nazionalismo vietnamita di stampo zen che suscitò una duratura concordia fra tutte le forze del paese e fra tutti i culti: dopo di ciò si ritirò in solitudine a meditare, scrisse testi e formulò koan.
Per quanto riguarda la Corea fino ad oggi è stato usuale organizzare il lavoro del “Panjan”, il Maestro, secondo cicli di decadi concludendosi i quali il Panjan può essere destituito da una corte di monaci probiviri. In Corea il Ch’an cinese è riportato con i suoi usi ed i suoi testi canonici: anche in Corea il “Mu Mun Kwan” è uno dei testi principali a cui si attingono i “kong an”, di cui il principale resta il “mu” di “Joju”.
Ma il più importante kong an usato in Corea, il più peculiare di quella gente, è “cosa è questo?” che prende dal caso pubblico in cui Hui Neng e Huai Jang discutono.
Hui Neng chiede: “Da dove vieni?” E Huai Jang gli dice che viene dalla montagna Sung Shan, allorchè Hui Neng gli chiede: “Sì, ma cos’è questa “cosa” che è venuta qui?”
In Corea si asserisce che I koan iniziarono con questo caso che da subito fu usato dal settimo patriarca per addestrare I propri allievi dopo che meditò per sette anni per trovare la risposta giusta. I buddisti Son coreani considerano questo koan così speciale che talvolta pretendono debba essere compreso anche da coloro che non sanno nulla di Zen. Un giorno in cui un noto Maestro di Buddhismo vajrayana tibetano, Kalu Rimpoche, incontrò un Maestro son coreano si sentì chiedere “cosa è questo?” vedendosi mostrare una arancia: allorchè si informò dal traduttore se per caso esistessero o no arance in Corea…
Il più noto riformatore del Son coreano resta Sosan Toesa che visse nel sedicesimo secolo e che scrisse un testo molto apprezzato dai monaci di oggi: “lo specchio del Son”.
In Tibet lo “Hashan Mahayana” fu un argomento quasi fastidioso, velocemente confutato ed insabbiato: questa confutazione è il tema di un documento rinvenuto nelle grotte di Dunhuang, il “Samdan Migdron”.
Hashan, scritto anche Haxan o Hwashang o Ha shang, fu un Discepolo del decimo Patriarca cinese, che portò in Tibet nell’ VIII secolo l’approccio ch’an: il suo nome divenne in Tibet sinonimo di “Zen”.
Una scuola improvvisa tibetana, ma non ch’an, di tradizione buddhista e bonpo si rese nota pubblicamente solo meno di un secolo fa, prima di allora l’insegnamento “Dzogchen” fu praticato segretamente, finanche da alcuni Dalai Lama e dai Karmapa per i motivi che ora capiremo.
Il Prof. Tucci era così convinto della identità fra Zen e Dzogchen che ne ravvisò anche nei termini una apparente somiglianza: in Cina “tsochan” è ciò che in Giappone si sarebbe chiamato “Zazen”.
Peraltro leggendo la biografia del Maestro dzogchen bon Shardza Tashi Ghyaltsen si può riconoscere nella sua giovinezza una esperienza di satori occorsagli con uno stimolo violento ed inaspettato da parte del suo Maestro: nello stesso modo numerosi Maestri Dzogchen raccontano le loro esperienze-satori, ed io stesso gliene ho sentite raccontare.
Il Ch’an del Maestro Hashan fu pubblicamente esaminato nel complesso monastico di Samyé al tempo del re Trisongdetsen con la implicita idea di eliminarlo perché non facilmente comprensibile alla massa e perciò destabilizzante per il potere politico: capitanati dall’Acharya Kamalashila confutarono capziosamente gli assunti zen di Hashan, solo con l’ultima mandata di documenti tradotti abbiamo la certezza che questo fu il vero senso del “concilio del Tibet”.
La cosa più strana è che esegeti tibetani, capaci di spaccare in quattro ogni filosofema, si arenarono su di una cosa così semplice come l’etica secondo il punto di vista ch’an. Aggiungiamo che era in ballo una questione che faceva saltare la mosca al naso di Kamalashila cioè la “trasmissione incompleta dei Sutra” che gli era imputata mentre quella di Hashan si diceva fosse “completa”: abbiamo visto come anche in Cina una incompleta collezione o comprensione dei Sutra avesse portato equivoci a non finire ed all’esilio di un incauto traduttore.
Molti secoli più tardi il perenne equivoco si accese di nuovo quando il famoso Maestro Dzogchen Longchenpa citò Hashan in un suo testo:
“Le nuvole bianche come le nuvole scure, ugualmente, coprono la luce del sole. Ricevere in faccia una barra di ferro o di oro fa male lo stesso e così le catene di ferro o di oro ci incatenano ugualmente. E’ proprio così che i pensieri buoni, come quelli cattivi, possono disturbare lo stato naturale della mente. Nello stato contemplativo tutti i pensieri discorsivi, siano buoni o cattivi, bisogna lasciare che si liberino da sé”.
Longchenpa disse che era d’accordo, cosa che mandò su tutte le furie la chiesa buddhista tibetana dei berretti gialli. Da quel giorno, e per vari secoli fino ad oggi, i Lama delle scuole “non riformate” si guardarono bene dall’affermare in pubblico cose simili.
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